Popolarità

Da che mondo è mondo a guidare una infinità dei comportamenti umani è il bisogno, più o meno ossessivo, affannoso, autoironico o disperato, di piacere.
Ho sempre pensato che, dai 10 agli 80 anni, questa necessità sia davvero un po’ di tutti, seppur con gradazioni e forme diverse.
Proprio perché per natura fragili, imperfetti e fallibili (e quindi per lo più insicuri), gli esseri umani cercano conferme.
Fondamentale per i maschi e le femmine nella dialettica del corteggiamento, nel gruppo degli amici per sentirsi protagonisti e non comparse, per i figli coi propri genitori, per gli studenti chiamati ad affermare la propria esistenza tra simili (con qualche deprecabile degenerazione di leccaculismo quando la volontà di essere ben percepiti diventa captatio benevolentiae), per i manager, i politici, i dipendenti che smaniano per compiacere il proprio capo, gli attori, gli sportivi, le star della TV e via dicendo.
Solo pochissimi rappresentanti del genere umano se ne fregano di piacere alla gente e nemmeno ci provano a fingere (gli stronzi veri non hanno bisogno di atteggiarsi). Sono gli extra arroganti, gli egotici presuntuosi, i misantropi, gli amari per natura e quelli cui Dio ha concesso la sensibilità e finezza di una mototrebbiatrice.
Voler essere attraenti e cercare di ottenere consenso è qualcosa che non pare solo una piccola e perdonabile debolezza umana ma una vera e propria componente del dna dei più.
Si vive per piacere. Per la propria bellezza, simpatia, intelligenza, sensualità, bravura, brillantezza, talento, coraggio e bontà (servire gli altri).
Questo almeno è quello che ho pensato fino ad oggi.
Temo che il tempo presente per tutto quello che ho scritto finora si addica poco.
È stato così finora. Possiamo serenamente dire che è e sarà ancora così?
Forse no.
La TV commerciale negli ultimi 35 anni ha insinuato un valore che si è affiancato al tradizione “piacere agli altri”. Credo possa essere definito come la “visibilità”.
Semplificando: “se non transiti per la TV non sei davvero importante”.
La forza della televisione non è stata però devastante. La “Visibilità” non ha cancellato il “Piacere agli altri”. Ha solo preso una parte dello spazio.
Il peggio secondo me deve ancora finire di materializzarsi.
La dittatura della tv commerciale è stata solo l’antipasto della nuova era.
Il posto della morente tv tradizionale è stato preso dai social media e al concetto di apparire ed essere visibili, come obiettivo essenziale di successo, è arrivato il molto più totalizzante “indice numerico di popolarità” (una sorta di inquietante rating).
Stanno cambiando i valori di riferimento dei nostri ragazzi.
È più importante essere conosciuti e seguiti che essere bravi/fighi davvero (perché belli, spregiudicati o coraggiosi).
Contano i Follower e i Like.
La “Popolarità” come pericolosa ambizione definitiva. Questa sì destinata a soppiantare il bisogno di piacere a chi ti è vicino.
Coi social infinite persone ti sono vicine senza esserlo minimamente.
Nel sistema sociale artificiale che sta tracimando conterà quasi solo la popolarità.
Già oggi su YouTube si guadagnano soldi con i like.
La popolarità sul web garantisce pubblicità.
Non sembri troppo catastrofista questa previsione.
Provate a guardare i ragazzi su Instagram. È un continuo manifestare il proprio apprezzamento da un lato e contare amici e segni (generosamente dati) di apprezzamento dall’altro.
Non è però l’apprezzamento vero face to face. È un comodo surrogato sintetico su larga scala.
Mica sono amici veri quelli che ti chiedono amicizia sui social. È solo un tacito accordo di una comunità allargata di fingersi tutti amici perché questo giova a tutti. Tutti amici, tutti più popolari.
Il sogno dei ragazzi è partecipare a X factor (popolarità enorme partendo dal nulla) mica diventare Jim Morrison o Mick Jagger.
Il sogno di troppi è la popolarità alla Ferragni/Fedez che di fatto sono la regina e il re della fuffa ma idolatrati da milioni di Follower e gratificati da milioni di Like per qualunque vaccata postino.
Salvini (primo ministro ombra – inquietante – di questo paese) fa politica e proclami su Twitter.
Sempre su Twitter c’è gente che compra follower.
Gli ultrà digitali (10/13 anni) vivono solo sul loro smartphone e sulla PS4.
Si fidanzano e sfidanzano via wa e, per inciso, va da sè che più gente ti segue su Instagram e più sei appetibile.
In realtà tutto ciò è una enorme raggiro. Dietro la ricerca smaniosa di popolarità c’è un sistema che spinge a moltiplicare la presenza e l’attenzione a questa o quell’altro piattaforma.
Più tempo si passa su quel sito, social o applicazione e più qualcuno si arricchisce.
Un enorme casinò. E notoriamente al casinò vince sempre il casinò.
Non sembra però un ergastolo. Secondo me da questa smania di popolarità sintetica si può uscire.
Ci vorrà tempo e una rivoluzione contro colossi potentissimi e ormai padroni del mondo – come Apple, Amazon, Facebook, Instagram, YouTube e soci – ma arriverà l’alba di un giorno in cui sarà il mistero e il non essere visibili/popolari a essere ragione di fascino e attrazione.
Torniamo tutti a una cultura con più contenuti e meno forma. Più natura e meno plastica. Più compostezza e meno esibizionismo.
Una nuova ecologia.
È vero che il progresso non si può fermare. Ma il regresso sì.
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Weekend

Ecco, per tutti quelli che credono che il we serva a rilassarsi per ricaricare le batterie, alcuni highlights freschi freschi sulle attività degli ultimi due giorni:
– portare fuori i cani, sedare almeno tre risse con cani poco simpatici e raccogliere non meno di 16 cacche in 48 ore
– preoccuparsi a ragion veduta dello stato di salute di papà, tornato in casa di cura post ricovero ospedaliero
– prendere multa da vigilessa (che faceva pure la brillante e ce stava a provà) perché “Il mezzo non risulta revisionato”. E sticazzi
– dare gocce per orecchio al cane (una delle volte, in penombra, sbagliando pure cane!!!!)
– fare da mangiare, pranzi e cene, inventando piattini gourmet e graditi al palato della prole (ultima esibizione lo spaghetto Rummo polpa di pomodoro, burro e pepe alle 23 di domenica per il post volley)
– apparecchiare e sparecchiare in continuo (piatti e bicchieri sporchi si materializzano spontaneamente e in ogni dove non appena ti distrai un attimo)
– lavare e rilavare pentole, rigovernare la cucina (la cui entropia tende furiosamente al letamaio) e far andare la lavastoviglie a manetta
– mantenere un minimo di ordine in giro, con scarpe e borse sportive (cariche dei rispettivi fragranti contenuti) abbandonate tra ingresso, sala e corridoi (in pratica ovunque non dovrebbero, per logica, stare)
– distribuire soldi ai figli per le spese correnti (con i tre ratti che si dimenticano regolarmente di restituirti il resto come era invece da accordi)
– accompagnare i figli a giocare a basket, calcio, volley e godere di un paio di partite tesissime che tirano fuori il peggio di te e ti portano vicino all’infarto
– approvvigionare derrate alimentari come se ci attendesse una guerra nucleare totale
– ricercare affannosamente le chiavi di casa perse
– buttare enormi sacchi contenenti plastica e umido (manco MacDonald’s produce tanta monnezza) come ogni domenica sera.
E quindi vi prego tutti quanti, voi che vivete we leggeri, gagliardi e spensierati: quali che siano le vostre meritevoli e apprezzabili ragioni e istanze, il lunedì siate tanto clementi e pazienti.
C’è gente che non sta benissimo.
Attivate il tasto indulgenza.
Non c’è niente o quasi, nella vita, anche lavorativa, che non possa essere serenamente rimandato a martedì.

Intenzione

Lo sport giovanile è un laboratorio comportamentale che mi appassiona e mi aiuta da sempre a mettere a fuoco idee su questioni importanti.
Osservando con attenzione ragazzi e ragazze giocare a calcio, volley o basket (in tornei agonistici) mi sono convinto che ciò che è determinante per il loro affermarsi, inteso come il raggiungimento della migliore performance possibile, non è il talento in sé e nemmeno la forza fisica.
È invece quella che chiamerei l’Intenzione.
La volontà anche un po’ sfacciata magari (ma non tracotante) di fare cose importanti, il  prendersi responsabilità, il rendersi riconoscibili (per esemplare voglia) e l’essere quindi protagonisti in campo.
Sono quelli che lasciano andare il braccio, quelli che “mangiano il campo”, quelli che corrono il doppio per dare al compagno sempre una opzione di passaggio, quelli che tirano il rigore anche quando la palla scotta, quelli che sul parquet si buttano su ogni palla come se fosse vita o morte, quelli che non si arrendono mai.
Un mix di convinzione, volontà, coraggio e concentrazione totale in quello che si sta facendo.
Per “farcela” non basta fare il compitino. Galleggiare e limitarsi a una non criticabile ordinaria amministrazione non serve.
Avere talento e non farlo esplodere o anche solo avere un buon potenziale e non esprimerlo è una colpa grave e imperdonabile. Lo spreco va combattuto sempre e ferocemente.
Il “chi non mi capisce/ama non mi merita” è una atteggiamento mentale sterile e un po’ vigliacco.
Piangersi addosso trovando continuamente scuse e alibi è da perdenti.
Ma perdenti non nel senso dispregiativo ed estremista (tipo Etica calvinista) per cui il mondo si divide tra quelli vincenti eletti, bravi, belli, ricchi, fortunati e benvoluti da Dio e quelli sconfitti, sfigati, poveri e maledetti.
Perdente è chi avrebbe un potenziale da 9 e rende da 6. Vincente è chi magari ha un potenziale da 6 e lo fa vedere per intero.
Del resto – mio personale giudizio – questa è la missione di ogni essere umano: decifrare il proprio talento e cercare di applicarlo per intero per contribuire a rendere il mondo un posto migliore.
Di questo, più che di qualunque altra cosa, dobbiamo preoccuparci come genitori, insegnanti, coach o manager: aiutare figli, allievi e collaboratori ad esprimere le proprie qualità (liberandole da paure e timidezze) e a rendere visibile ed esecutiva la propria Intenzione.
È in fondo più semplice di quanto ci raccontiamo.

Incubo

 

Villa Reale
Sole calante

Verso il parco

Un idiota va piano

Troppo piano

Metto la freccia di rabbia

Accelerazione potente
Troppo potente
Perdo il controllo
Sbatto contro qualcosa e volo
Decollo
Volooooo
Piroetto in aria
Slow motion
Silenzio urlante
Mi spiaccico in alto
Assurdamente in alto
Sul muro di una villa
Penso in un millesimo di secondo
Che non me l’aspettavo così
Che morire fosse così
Stavo andando troppo veloce
Per sopravvivere
Dannazione
Quando succede che voli lo sai che poi
Non se ne esce vivi
E chi c’è in macchina con me?
Non lo ricordo già più
So solo che mi dispiace
Sto svanendo
Si sta spegnendo tutto
Rosso scuro e poi nero
Nero
Seppia
Denso
Lento
Liquido
Precipito
Cado
Cazzo cado
Muoio
Cado
Muoio
Cadoo
Oddio muoioo
Ma…forse no…….
Perché non muoioooo?
Posso vivere???
Urlo e urlo e urlo e urlo e urlo
Voglio vivere non morire
Non morire
Non morire
Fine del silenzio
Nero
Cuore in gola
Non respiro ma sono vivo
Mi sento sfigurato
Mi sento sollevato
Mi sveglio

Correttore

Messaggio wa indirizzato a Marco oggi 27.09.18 alle 15.49:

Io ricordo di aver consegnato il foglio di oreciscrizione e non ricordo altri figli. Sicuramente mea culla. Elk’uragano di tre figkibtre spirt diversi io perdo i pezzi. Alle 18 sono in segreteria e pago.

Alla fine, guardando bene

Credo che al mondo ci siano, tra tanti cialtroni ed esseri inutili, pure alcune persone meravigliose.
Non intendo anime immacolate e prive di peccato originale.
Gli esseri umani sono tutti fisiologicamente fragili e peccatori. Tutti portatori del germe della fallacità. Ognuno con piccole e grandi cadute, meschinità e scheletri nell’armadio.
Senza eccezioni tutti sono titolari di qualche inconfessabile desiderio o nascosta perversione.
Tutti hanno nella memoria qualcosa di  vagamente schifoso che hanno fatto. Innocuo magari o semplicemente infantile ma per certo imbarazzante e in qualche misura riprovevole.
Se esistesse un gioco della verità cosmico e si potesse avere una risposta sincera al 100%, sarebbe tremendamente divertente chiedere a ciascuno : “Qual è la cosa più terribile e inconfessabile che hai fatto, che nascondi gelosamente (pure a te stesso) e che ti macchia la coscienza?”.
Le risposte di tutti – sono convinto senza eccezioni – sarebbero raggelanti.
Ma è la natura umana.
Gli uomini non si dividono tra santi e peccatori.
Men che meno in credenti (destinati a essere gli eletti figli di Dio) e non credenti (destinati a star fuori dal giardino dell’Eden).
La differenza non dipende dalla assenza o meno di peccato.
La differenza la fa la bontà d’animo, il fare una parte almeno delle cose senza egoismo e per sincero spirito di servizio e il naturale comportarsi per lo più secondo giustizia, onestà, gentilezza, generosità, solidarietà e misericordia.
Ecco, di persone così ce ne sono. Poche, secondo me, ma ce ne sono.
È grazie a loro che possiamo dire che esiste una speranza per il genere umano.
E allora ognuno abbia cura di rispettarle, proteggerle ed imitarle quando le incontra.
Non sono deboli, ingenue, inadatte e naive.
Sono il meglio che il mondo può produrre.
Io in questo credo.