Una Straordinaria Normalità

Dedicato ai detenuti del carcere di Bollate

23/01/16

La sensazione che hai varcando, in entrata, la soglia del carcere di Bollate è sorprendente e quasi paradossale: normalità.
Tu arrivi portandoti dietro un immaginario di lacrime e sangue, dolore e disperazione tangibile. Un pregiudizio fondato sull’iconografia cinematografica e televisiva e soprattutto sul fatto di partire dal guardare al carcere da uomo libero (si fa per dire). Valuti l’idea del carcere come gli antipodi del mondo cui sei uso. A te nessuno dice quando si dorme e quando ci si sveglia o quando si mangia o quando si va a stare un po’ all’aria aperta.
Approssimandosi fisicamente al luogo immagineresti, nella tua perdonabile ingenuità, di sentire le anime dei “dannati” lamentarsi…..
E invece no, niente orrore apparente. Guardi l’immobile che ti accoglie e vedi addirittura queste finestre con tracce di colore nel grigio. Pare una scuola. Non effervescente ma niente di angoscioso.
Quando parcheggi talmente non pare un carcere che ti chiedi se è proprio il posto giusto o hai sbagliato indirizzo.
Immagini di trovar scritto “lasciate ogni speranza o voi che entrate” e invece c’è un grande targa che banalmente recita Ministero della Giustizia, Casa Circondariale bla bla

È sabato all’ora di pranzo. Sole e tanta luce ma aria pungente.
C’è in programma la partita di calcio, fortemente voluta dalla entusiasta Presidente dei “farmacisti” Angela Calloni, tra la Nazionale Farmacisti appunto (Onlus attiva da 15 anni nel far del bene su tanti piccoli progetti) e una Selezione dei Detenuti del carcere di Bollate.
Una sorta di Fuga per la vittoria ma senza che sia prevista alcuna fuga finale. Solo qualche bicchiere di aranciata e pizza da mangiare per salutarsi.

Documenti consegnati, ci scortano dentro. Le guardie sono gentilissime e divertenti nel loro darsi un tono. Sembrano dei cloni di Checco Zalone. Molti pugliesi e qualche napoletano.
Sono rilassati tutti. Raccontano volentieri della loro Casa. Dicono che è sotto utilizzata: 1100 detenuti con una capienza di 1300. C’è spazio ragazzi non siate timidi!
Le guardie che ci lavorano (e molte ci vivono) sono tantissime: 700.
Un piccolo strano villaggio piazzato tra l’Albero della vita (l’area Expo è proprio attaccata) e l’autostrada per Varese.
Grandi cancelli di ferro che si aprono (e si chiudono sferragliando) per farci passare ma nulla di inquietante. Non ci si sente prigionieri. Più che altro hai una sensazione tipo Jurassic Park.
Passiamo a fianco al muro di cinta. Sarà alto 5 metri e questo sì fa un po’ impressione. È la prima anomalia evidente.
Si cominciano a vedere le sbarre alle finestre e non c’è più colore. Tutto tranquillo, pulito e rilassato ma cominci a prendere atto che in quei fabbricati (i vari bracci) sono distribuiti esseri umani. Privati della libertà. Puniti. Esiliati. Allontanati dalla società civile (???) perché pericolosi.
Nessuno in giro. Spazi grandi vuoti. Un enorme vivaio malmesso ma pieno di piantine. Pare ci lavorino tanti detenuti. Esiste dal 2006.
Poco più avanti, vicino agli spogliatoi assegnati ai farmacisti, ci sono una ventina di cavalli. Una presenza incredibile che acuisce il senso di iper realtà. Ormai è chiaro che siamo in un mondo diverso. Dal nostro e da quello che ci aspettavamo. Dobbiamo adattare i nostri occhi a questa nuova “luce”.
I cavalli, tre molto belli….gli altri spelacchiati e piuttosto magruzzi, sono il frutto di sequestri fatti a delinquenti in zona. Rimangono lì. Hanno spazio, ognuno il suo box, cibo e soprattutto cure da parte dei detenuti.

Ci accompagnano al campo che confina quasi con l’autostrada. Passiamo davanti ai “cortili” dove i detenuti sono soliti fare l’ora d’aria (che poi sono due ore al giorno e non una). Sono attrezzati per potervi giocare a tennis in uno e a calcetto nell’altro.
Visto il freddo pare però che moltissimi in questa stagione rinuncino ad uscire a priori….
Altro che fame implacabile di luce, cieli azzurri e natura viva. Stranezza.
Il campo di gioco prevede per accedervi una sorta di passatoia/tappetino (un bel tre metri quadrati) di sterco di cavallo (per fortuna non fresco…) su cui non puoi non passare.

Che sia un pro memoria sulla qualità media della vita?

Entriamo. Le porte sembrano belle, il terreno (più piccolino del regolamentare) sembra duretto. Mancano completamente le righe. Non importa a nessuno. Certo fa più oratorio che San Siro ma va bene lo stesso.
Abbiamo però terna arbitrale e maglie da partita vera e importante: elegante grigio chiaro con tricolore i farmacisti e giallo con pantaloncini azzurri i carcerati.

Il mister dei detenuti è un personaggio meraviglioso. Carlo Ferodi. Un piccoletto, sulla cinquantina, col capello lungo (grigio) stile i giocatori argentini al mondiale del 1978.
Cordiale e simpaticissimo chiacchiera e si racconta. Allenatore da sempre in serie minori ha girovagato Italia e mondo intero, dall’Africa ai paesi arabi. Tra Lino Banfi e Vanni Cascione dell’Atletico Minaccia del romanzo divertentissimo di Marco Marsullo.
La federazione, vista la sia familiarità con tante culture e lingue, la sapienza calcistica e, aggiungerei io, la grandiosa umanità, gli ha proposto l’incarico nel 2014 e lui ha accettato la sfida, vinto le iniziali resistenze e trovato il modo di farsi prendere sul serio e rispettare.
Con alcuni dei ragazzi è diventato amico davvero.
I farmacisti hanno panchina lunga, borsa medica (e chi se non loro!?!?!) ed età media sensibilmente più alta. Alcuni sono signori over 50, i più sulla quarantina e qualche giovane. Tutti allegri, divertiti e sorridenti. Dei bambini cresciuti che hanno solo voglia di giocare al calcio.
I detenuti sono contati e sono un gruppo davvero variegato.
Età media 26 anni, riposati (….), scattanti e decisamente in vantaggio quanto a tatuaggi.
In porta un gigante italiano di un 110 chili minimo che pare Reyna ma molto più grosso.
Linea difensiva con tre sudamericani “Indios” (Perù/Equador/Bolivia/Cile si direbbe). Piccoli, tosti e aggressivi in marcatura. Dei soggettini simil Vidal/Medel.
Il più ciarliero che dà ordini in spagnolo si chiama Jorge.
Quarto di difesa a dx un ragazzo verosimilmente cinese, alto e grosso, che l’allenatore chiama Matias e i compagni Chao…..Sempre a dx, esterno alto, un uruguaiano di buon talento, più veloce di Biabiany.
Sulla sx, uno a centrocampo ed uno di punta, due brasiliani. Il più nero dei due, col numero 10 e bei piedi, viene incitato da compagni e chiamato, non è dato sapere se con intenzioni dispregiative, Balotelli. Il resto sembrano slavi.
Il capitano si chiama Ivan e gioca con la maglia numero 4.
Ha intorno ai 35 anni ma pare più giovane. Gentile e quasi timido viene a presentarsi.
È lombardo. In giro per carceri già da 15 anni……fine pena 2025….
Ora studia legge lì dentro, lavora e gioca a calcio.
Lo guardi e non puoi crederci. Una faccia pulita e gentile. Un ragazzo d’oro dice il suo allenatore.
Gioca pure alla grande. Regista classico alla Pirlo. Testa alta, tocco, lancio e visione.
Un leader silenzioso ma carismatico.

Dopo una lunga e febbrile attesa finalmente si inizia. Ci si accorda imprudentemente, vista l’assenza di un defibrillatore, per 45 minuti per tempo.
Atmosfera molto amichevole e corretta ma nessuno vuole perderla.
Passano cinque minuti e i detenuti, partiti a razzo, passano in vantaggio. Il numero 20 in maglia gialla si libera bene al vertice sx dell’area di rigore, avanza e spara una fucilata sotto la traversa. Imprendibile.
La sensazione iniziale è che la freschezza e la voglia dei ragazzi di Bollate possa avere facilmente la meglio del catenaccio allestito dai farmacisti.
Non è così però.
I farmacisti prendono progressivamente le misure, giocano d’anticipo con buona attenzione e cominciano a recuperare campo. A guidarli in mezzo, col numero 8, il migliore giocatore in campo (Pupi? per gli amici), di cui si vocifera un passato da calciatore vero in Emilia, che sale in cattedra e distribuisce gioco alla grandissima.
I carcerati cercano di rubargli palla ma non è facile. Da una sua iniziativa intorno al 20esimo arriva il pareggio. Palla in mezzo al numero 9, che a dispetto dell’età non verdissima si muove che semmbra Lewandowski, e pareggio meritato. Uno a uno!

Una iniezione di fiducia per i farmacisti che insistono e vanno pure vicini al raddoppio.
Il primo fallo arriva alla mezz’ora e dopo cinque minuti si registra pure una uscita per crampi.
Il ragazzo uruguaiano che aveva fatto impazzire la retroguardia dei farmacisti si accascia urlando per il male al polpaccio. Fortuna vuole che con 16 farmacisti nelle vicinanze qualcuno che sa cosa c’è da fare lo abbiamo.
Finisce il primo tempo con 5 minuti di anticipo per intervenuto buon senso. Il sole sta calando e a bordo campo si gela.
Angela Calloni saggiamente va a negoziare sulla durata della ripresa.
Chiede un condono di cinque minuti e lo ottiene.
Nel secondo tempo i farmacisti cambiano quattro giocatori. I detenuti un paio.
Meno emozioni però e un po’ di stanchezza. Ci sono occasioni da entrambe le parti (sciagurati un paio di errori di Jaki il più giovane dei farmacisti bravo a liberarsi al tiro ma inefficace nelle conclusioni) e pure un gol annullato allo scadere per fuorigioco al redivivo numero 21 uruguaiano, tornato in campo nel ultimo dieci minuti.

Meglio così. Tanti strette di mano convinte e grande fair play. Tutti sorridenti e abbracciati per la foto finale.

I due gruppi si dividono. Ci si va a cambiare in spogliatoi lontani.
I ragazzi di Bollate vengono scortati in fila. Noi andiamo dalla parte opposta.
La bolla di sapone in cui eravamo è scoppiata.
Ecco in quel momento capisci.

Ritorni al pensiero di normalità che avevi fatto.

Pensi al fine pena 2025 di Ivan….
Pensi alla storia del ragazzo uruguaiano dentro per un pugno in una rissa in discoteca che ha fatto tanti più danni di quelli voluti…..una assurda notte in cui il destino ha deciso che è arrivato il tuo momento…..

e ti accorgi che sembrava tutto “normale” ma che tu stanotte dormirai nel tuo letto e loro no.

La libertà è un bene di cui non siamo consapevoli. Il più grande.
Loro non ce l’hanno e se la sono pure voluta in qualche misura.
La privazione di libertà non è mai e poi mai però normalità pura e semplice. È un dolore sottile, sordo e persistente, questo è il punto, che non si concretizza come ti aspettavi in lacrime, sangue e sbandierata sofferenza e che non si vede nemmeno, all’opposto, nella ordinarietà rassicurante di quelle costruzioni, nelle finestre colorate, nelle serre, negli incredibili cavalli, nelle urla in campo, nello scherzare per qualche minuto, nel calciare un pallone.

Lo vedi solo guardando da vicino i loro occhi, lo vedi nella allegria che si spegne e nello sguardo che si abbassa quando il gioco è finito e prende a far freddo.

Allora capisci quanto è stato prezioso essere lì. Per te oltre che per loro.

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3 pensieri su “Una Straordinaria Normalità”

  1. Già nella vita ogni giorno dovremmo essere veramente grati verso chi, con un gesto, con una parola, con un pensiero gentile rende migliore la nostra esistenza, figuriamoci qui.
    Soprattutto a chi come Voi ci ha dato, a nostra volta la possibilità di avere un pensiero e compiere un piccolo gesto di gentilezza verso altre persone.
    Siamo consci della nostra attuale realtà, per adesso è quella che è e non è quella che vorremmo che fosse, allora è importante il computer straordinario che sta nella nostra testa funzioni, apra le cartelle contenenti i files sogni & soluzioni ai momentanei stati di crisi e difficoltà.
    Per noi, il calcio e la nostra Squadra di calcio è una di questi.
    Alla gente non si può imporre chi deve amare, nemmeno una maglia o una squadra di calcio, figuriamoci poi quando questa è di una Squadra di Detenuti.
    Di rispettarla, cercando per quanto possa essere possibile all’esterno, di capire il dramma che anche noi stiamo vivendo, quello penso però sì, voglio credere che si possa chiedere.
    Personalmente Vi son altresì grato perché avete toccato con mano e siete quindi testimoni di quanto io stesso sia una persona davvero fortunata in quanto il mio destino, che a volte è stato un po’ birichino, mi ha fatto incrociare sulla mia strada questa Squadra che, e lo sappiamo bene, non sarà di certo la Squadra dei sogni, però è una Squadra che sogna e allora io, anche a quelli che ho visto scuotere la testa e pensano che non sia normale dico che sono felice di essere il loro? (chi mi chiama semplicemente Carlo come preferisco, chi coach, chi mister) ‘’capo sognatore’’, ecco.
    Dico sempre che questa Squadra è il mio Brasile, il Brasile in cortile, quello costruito nei passeggi nell’ora d’aria in cui vedi le sfide sul cemento con palloni che si vede che le hanno sofferte, come capita, tre contro cinque, sei contro otto, cinque contro quattro.
    La storia del Brasile agli ultimi Mondiali, quando è stato sconfitto per uno a sette dalla Germania è un parallelismo che uso spesso quando m’invitano a raccontare della mia grande fortuna ai ragazzi nelle scuole, negli oratori e nelle società sportive.
    Allora abbiamo letto e sentito di tutto e di più: dignità, disfatta, vergogna, umiliazione ecc.
    La storia di quel Brasile è un po’ la storia dei miei Ragazzi, della nostra Squadra e non solo; la storia di quel Brasile non è nient’altro che la storia di ognuno di noi, quando gli capita la giornata storta e va nel pallone.
    Con affetto grazie e soprattutto di Cuore, a Voi per esistere e alla Nazionale Farmacisti – Associazione Onlus per averci dato l’opportunità di conoscerVi.

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